martedì 27 novembre 2012
Ricordami il giorno
Ricordami il giorno
quando la notte mi tiene fra le sue braccia
Ricordami il sole
quando le stelle mi pungono il cuore
Ricordami l'aurora
quando la luna diventa despota dei miei pensieri
Ricordami il colore delle cose
quando il buio mi riempie di chiaroscuri
lunedì 8 ottobre 2012
Tu hai una parola?
La parola che mi chiedi
resta immersa nei miei occhi
Si nasconde
dietro le inferriate dell’iride
Scompare
celata dal buio delle pupille
lunedì 1 ottobre 2012
Michela Tobiolo e il fuoco della trasformazione
“Nella Cosmogonia Nordica l’esistenza inizia da uno stato iniziale di vuoto, il Ginnungagap, e attraverso una costante interazione fra Fuoco e Ghiaccio, elementi opposti e complementari, nasce il cosmo e la vita [...] ”. Dopo aver partecipato al percorso “Arterie”, viaggio itinerante lungo le strade centrali di Pescara, cerco di dare un nome al sapore, al retrogusto che questa esperienza mi ha lasciato. Varie figure emblematiche, sensazioni, ricordi e colori galleggiano nella mia testa. Cappuccetto rosso dei giorni nostri col suo rosso adagiato sulle spalle si addentra, si espone coraggiosa, incosciente e temeraria alle “intemperie” umane. Sinuose linee delineano parole, accenni di pensieri accompagnano alcune delle opere di Michela “Ti dono il mio sogno”, “Piccoli sogni di cartone”, dipinti, sagome, amuleti, le mani dell’artista non hanno limiti e materializzano, in forme sempre diverse, il sentire di un animo delicato e femminile. Mentre osservavo le sue creazioni, avevo la sensazione di dovermi muovere piano e in silenzio, come stessi attraversando un universo onirico ovattato e, al tempo stesso, fragoroso nel comunicare passione, amore, voglia di vita, desiderio di rompere un guscio che per troppo tempo ha racchiuso uno scrigno colmo di idee e voglia di raccontare. Colori definiti, ciglia lunghe ed ammalianti, sguardi morbidi e labbra come frutti maturi sono il fil rouge delle creazioni. Qui, in questa terra, non c’è spazio per chi ha ceduto alla corruzione dell’apparenza fine a se stessa, sono chiuse le porte a chi deride la speranza, la positività e la certezza che per ogni sconfitta c’è un dono che attende chi ha il coraggio e la pazienza di guardare oltre, di proseguire fiducioso. Se fossi bambina, vorrei avere un libro di fiabe illustrato da Michela, se fossi una sognatrice cronica, vorrei restare impigliata per sempre in questo regno fatto di occhi grandi e paesaggi lunari, se fossi realista e con i piedi per terra, mi abbandonerei volentieri, di tanto in tanto, a questa testimonianza a cuore aperto, se non avessi tempo, appenderei al muro uno dei suoi dipinti così che la retina s’imbeva ad ogni passaggio frettoloso della vita in corsa, se fossi felice sorriderei e mi immedesimerei in uno di quei volti. Se fossi in voi, spegnerei i rumori fuori e starei a guardare per un po’ l’alchimia di questo fuoco.
venerdì 28 settembre 2012
WITHOUT
Credevo che stringendoti più forte non saresti andato via
E mentre mi avvinghiavo alle tue spalle pensavo
Devo ricordarmene devo ricordarmene quando non ci sarai
Le foto, le poesie, le frasi sparse
Tutto per tappare i buchi della mia memoria sottile come un velo
Ricordo bene ogni cosa ma non mi consola
La fisicità, la presenza, l’odore, il calore, gli occhi
I ricordi non bastano, sono infami e traditori
Ci guardavamo insieme davanti allo specchio
Eri orgoglioso di essere così imponente rispetto a me
Il gigante e la bambina
La frutta di stagione e i fiori che odoravano ancora d’erba recisa
Non hanno più sapore, nessun odore pungente che mi riporti a quei giorni
Tra poco un anno senza un pezzo del mio cuore
E mi sembra che manchi da una vita intera…
mercoledì 19 settembre 2012
MIO PADRE
Non ho posato mai tanto a lungo il mio sguardo dentro il tuo
non ho indugiato nell'osservarti e nel rivedermi figlia delle tue mani
non ho respirato mai abbastanza forte il tuo odore di uomo e terra
non ho accarezzato spesso il tuo viso fino a ricordarne oggi ogni segno.
Quanto orgoglio nel pensarmi tua figlia
quante ore non posso più avere da regalarti
quanto fa male non potermi più perdere nei tuoi sorrisi forti e sicuri
mi manchi e mi riempi ogni giorno di questo vuoto indicibile.
lunedì 17 settembre 2012
ZITTO E COMPRA
Compra l’i-phone
The thinnest, light est, fastest!
Compra l’i-pad
its brilliant from the outside in.
Compra il fuori strada
per chi ama l’avventura.
(certo, tu vivi in città, mica in campagna e l’avventura è destreggiarti come un moscone tra le maglie di una fitta rete che puzza di pesce andato a male).
Compra la casa
nano-locale ad altissimo costo poco importa indebitarti finché morte causa cambiali scadute non sopraggiunga, compra la casa! Perché ormai hai messo radici e non potrai mai più andar via, qui crescerai, ti moltiplicherai e morirai, aggrappato al mattone che neppure hai finito di pagare.
Compra compra compra tutto quello che io ti ordino di comprare
altrimenti cosa risponderai a chi ti dirà:
1) Che modello hai? Il 4 o il 5 (avere l’i-phone è scontato).
2) Hai visto che belle i-pad tablet ha questo negozio? Ha le borchiette!(ovvio che tu abbia distrutto il tuo vecchio pc per acquistare l’ i-pad).
3) Che macchina hai tu?
4) In che zona abiti? Ah! Bello… ma è tua?… o sei in affitto?
Compra compra compra.
mercoledì 12 settembre 2012
Barcellona
Ho bisogno di tempo, giorni, forse mesi per capire se posso amarti.
Ho percorso per chilometri le tue strade, ti ho osservata, criticata, mi sono interrogata. Ho attraversato l'odore dei quartieri, sopportato l'afa soffocante della metropolitana, mi sono nutrita nel tuo ventre e nelle notti ho cercato di sognare.
Ho bisogno di tempo per capire se vorrò tornare.
martedì 24 luglio 2012
ADDIO CARA VECCHIA LIBRERIA
C'era una volta,
a dire il vero, non molti anni fa, la gioia di trascorrere un giro indefinito di lancette attorno al suo quadrante in un luogo chiamato LIBRERIA.
C'era il profumo delle pagine impolverate e violate da mani talvolta gentili, spesso irriverenti.
C'era sempre qualcuno a cui chiedere a da cui ricevere informazioni dettagliate, arricchite dalla passione e dalla conoscenza, indipendentemente dall'ammontare di denaro che tale servizio offriva come compenso.
E se anche accadeva che non si acquistava, la libreria ti ricompensava di un sorriso amichevole, ti regalava un po' del suo odore che restava incollato alle mani per 4 - 5 giri di lancetta e pensavi che comunque erano giri ben spesi quelli trascorsi alegger trame ed immaginar contenuti.
Cara vecchia libreria, ora sei una prostituta malandata.
T'hanno empita di inutili gingilli, t'hanno affidata a insensibili mercenari che toccano libri come fossero pomodori da tastare prima dell'acquisto.
Ora, miei cari vecchi amanti libri, vi svendono a peso, come il robivecchi dietro l'angolo di casa mia.
Addio, mi cara dolce amante, ora i libri mi arrivano in gabbie di cartone, ricoperti di cellophane.
T'ho amata oh, se t'ho amata!
a dire il vero, non molti anni fa, la gioia di trascorrere un giro indefinito di lancette attorno al suo quadrante in un luogo chiamato LIBRERIA.
C'era il profumo delle pagine impolverate e violate da mani talvolta gentili, spesso irriverenti.
C'era sempre qualcuno a cui chiedere a da cui ricevere informazioni dettagliate, arricchite dalla passione e dalla conoscenza, indipendentemente dall'ammontare di denaro che tale servizio offriva come compenso.
E se anche accadeva che non si acquistava, la libreria ti ricompensava di un sorriso amichevole, ti regalava un po' del suo odore che restava incollato alle mani per 4 - 5 giri di lancetta e pensavi che comunque erano giri ben spesi quelli trascorsi alegger trame ed immaginar contenuti.
Cara vecchia libreria, ora sei una prostituta malandata.
T'hanno empita di inutili gingilli, t'hanno affidata a insensibili mercenari che toccano libri come fossero pomodori da tastare prima dell'acquisto.
Ora, miei cari vecchi amanti libri, vi svendono a peso, come il robivecchi dietro l'angolo di casa mia.
Addio, mi cara dolce amante, ora i libri mi arrivano in gabbie di cartone, ricoperti di cellophane.
T'ho amata oh, se t'ho amata!
mercoledì 18 luglio 2012
Notti collose
E' stretta la notte attorno alle caviglie
afoso il cielo mi pende sulla testa
osservo ogni cosa, ogni cosa che mi osserva e mi punge gli occhi
respiro ogni parola, ogni parola soffia tra i capelli
vorrei abbracciare un po' di gente
far finta che sia amore fraterno
ma poi è la notte, che mi abbraccia
stretta stretta ai fianchi mi si avvinghia e ride
delle mie gambe cha scavano solchi senza poter correre.
giovedì 28 giugno 2012
Il fratello di mio padre
Come sempre, quando torno a CASA, dopo aver condiviso il sacro evento del pranzo con mia madre, vado al Ferrante, storico terreno fecondato dagli uomini della famiglia Piano.
C'è un muretto in pietra, basso basso che copre a stento le mie ginocchia, mangiucchiato qua e là dal tempo e dal vento, è il confine tra la nostra terra e quella di mio zio.
Lo vedo da lontano, mi avvicino per salutarlo, felice di poter guardare in lui gli occhi di mio padre.
Mio zio bello e gentile, con un sorriso che ti apre il cuore.
Si ferma un attimo prima di salutarmi, coglie un fiore dalla siepe che prima del muro ci separa e mice: "Un fiore, per la mia nipotina" e allunga il braccio verso di me.
Mi sento piccola, quasi indegna di tanto amore.
Supero il cespuglio di origano da cui si sprigiona un odore pungente e familiare, mi avvicino al muretto e penso alla bellezza,
si,
questa è la BELLEZZA.
Grazie zio
C'è un muretto in pietra, basso basso che copre a stento le mie ginocchia, mangiucchiato qua e là dal tempo e dal vento, è il confine tra la nostra terra e quella di mio zio.
Lo vedo da lontano, mi avvicino per salutarlo, felice di poter guardare in lui gli occhi di mio padre.
Mio zio bello e gentile, con un sorriso che ti apre il cuore.
Si ferma un attimo prima di salutarmi, coglie un fiore dalla siepe che prima del muro ci separa e mice: "Un fiore, per la mia nipotina" e allunga il braccio verso di me.
Mi sento piccola, quasi indegna di tanto amore.
Supero il cespuglio di origano da cui si sprigiona un odore pungente e familiare, mi avvicino al muretto e penso alla bellezza,
si,
questa è la BELLEZZA.
Grazie zio
mercoledì 6 giugno 2012
A killer in my garden

Orgoglioso stringe la preda tra i denti.
Corre ai miei piedi mi osserva serio e depone il trofeo.
Eppur si muove!
Batte ancora il cuore del verde malcapitato!
Non ho il coraggio di approvare le leggi della natura e libero l'ostaggio.
Il killer nero colpirà ancora, ne sono consapevole,
mai detto fu più veritiero...occhio che non vede, cuor che non duole!
venerdì 1 giugno 2012
I'VE BEEN DREAMING OF YOU
Mio padre, con il completo marrone anni '70, lo stesso della foto che campeggia sulla lucida parete del mio frigo: io, piccolina, in braccio a lui, guancia bianca contro guancia bruna, mani piccolissime avvinghiate al suo collo imponente.
Si avvicina e mi sorride, dolce e bello come fosse vero, vivo ancora difronte a me e mi porge un anello. E' la sua fede, la stessa che porto al collo dal 28 ottobre 2011. Sarà che sai che ti amo e che sin da bambina mi chiamavi "la tua zitarella". Sarà che in ogni uomo della mia vita io ho cercato te -pazza furiosa che non sono altro- ovviamente mi son sempre persa.
Sarà che con te è svanito il mio sogno di bambina d'esser accompagnata da te all'altare mentre immaginavo di stringerti forte il braccio e avevo la certezza che t'avrei visto piangere di gioia. Quel sogno se n'è andato a gambe levate, scarnificato dalla tua assenza, ma tu stanotte mi hai sposata, io tua figlia, tua madre, tua moglie come per gioco.
Lo porterò sempre questo anello e resterà l'unico.
Torna presto, almeno in sogno...
Si avvicina e mi sorride, dolce e bello come fosse vero, vivo ancora difronte a me e mi porge un anello. E' la sua fede, la stessa che porto al collo dal 28 ottobre 2011. Sarà che sai che ti amo e che sin da bambina mi chiamavi "la tua zitarella". Sarà che in ogni uomo della mia vita io ho cercato te -pazza furiosa che non sono altro- ovviamente mi son sempre persa.
Sarà che con te è svanito il mio sogno di bambina d'esser accompagnata da te all'altare mentre immaginavo di stringerti forte il braccio e avevo la certezza che t'avrei visto piangere di gioia. Quel sogno se n'è andato a gambe levate, scarnificato dalla tua assenza, ma tu stanotte mi hai sposata, io tua figlia, tua madre, tua moglie come per gioco.
Lo porterò sempre questo anello e resterà l'unico.
Torna presto, almeno in sogno...
lunedì 28 maggio 2012
ABOUT FREEDOM
I’m free when:
I can say no
I believe my dreams can come true
I can spend my Sunday afternoon with a good friend
I say “I love you” without feelin’ trapped
I can drive my car, put some music on without destination at least for one day
I go to bed and think there’s another day beyond the night, waitin’ for me
I can hold anyone’s look with no sense of guilt
I cut my long hair like a punk and still feel like I haven’t lost anything
I’m aware I’m no super woman, can be right but can be wrong as well
I believe there’s non superior Being, just nature with its secrets unveiled and its marvels
I can type these words and be sure no one will judge me
I trust people
I love animals and feel non superiority towards them
I do not forget to be grateful for the sun, the moon, the stars and the sky upon my head
I do not forget to be grateful for the food and water I have, the little house and the garden
I remember I have a brain, I can do things by myself
I will be really totally free when I’ll be able to shut the door and believe things can be different
I’m not scared to say “I’m sorry”
L’APOCALISSE IMMANENTE DI DANIELE BARON
Daniele Baron è nato a Pinerolo il 28 luglio 1976 e abita a Villar Perosa (TO). Si è laureato con lode in Filosofia Morale presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi dal titolo “La morale dell’autenticità“, incentrata sul pensiero del filosofo francese Jean-Paul Sartre.
“Non è tempo di favole. Che vadano a letto i bambini, che si coprano i loro occhi ignari. Non c’è segnale in Tv (“Assenza di segnale”) eppure, un’immagine inquietante attraversa lo schermo, alle sue spalle un lupo sormontato dalla luna piena aggredisce, con la sola presenza, la calma apparente di una sera come tante. Il limitare della stanza non rassicura, non c’è via di fuga, la casa sembra sorgere su dei binari.
Il filo conduttore del “pensiero” di Baron sembra essere l’attesa di un destino più o meno imminente. La caducità dell’uomo è dipinta magistralmente negli occhi della bambina tra le zampe/braccia dell’uomo che ha fattezze animalesche. In uno spazio spesso bidimensionale, e quindi ancor più immediato, scaraventato quasi contro gli occhi di chi osserva, una figura indifferente (e dico “figura“ di proposito) fuma seduta, sembrerebbe addirittura annoiata, sulla sua poltrona mentre l’apocalisse striscia al suo fianco (“Attendendo l’Apocalisse”).
Non c’è religione che tenga di fronte al sinistro sorriso di un Cristo sulla croce che si lascia squarciare il petto e mordere le carni (“La Passione”).
C’è forse speranza nell’espressione della donna che in “Dare alla luce” si regge il ventre gonfio, in procinto di partorire tra famelici lupi che avanzano alle sue spalle? Quelle mani sembrano occhi terrorizzati, spalancati e tesi nella livida notte.
Favole e parabole sono riscritte con pennellate dense, temporali in agguato e chiaroscuri imbrattati di rosso carminio.
Benvenuti nell’Apocalisse di Daniele Baron.
LUNGO STRADE PER POCHI PIEDI OCCIDENTALI: ANJUNA IN ORIENTE
Gokarna, Ninh Binh, Hoian, Hami.
No, qui non troverete le grandi firme, non si organizzano convegni a Battambang, non ci sarà nessun villaggio turistico ad accogliervi. Sono strade per pochi piedi occidentali. Anjuna vede tra gli interstizi dei mezzi di fortuna, lì coglie gli sguardi che feriscono come mezze lune taglienti, immortala mani arrese, volti coperti come a nascondere le parole e le storie che vi racconterebbe soltanto a essere osservato. I bambini ignari di cosa possa esserci al di là dei sentieri non asfaltati, giocano, sorridono, lasciano sciolti i capelli neri, liberi da costrizioni o pettinature alla moda. I loro occhi sono così intensi da sembrare dipinti e lucidati, come quelli delle bambole.
Tuttavia, non lasciatevi ingannare, le città menzionate non sono mete della tristezza, inducono, bensì alla riflessione, alla stasi del tempo che può aiutare a ritrovare la parte più vera di ognuno di noi. Solo chi ha un cuore profondo, un animo che non si accontenta della informe massa di oggetti legati al benessere dai quali siamo travolti e soffocati tanto da non riuscire a scegliere, possono scovare anche qui la ricchezza. Gli occhi semplici, acqua e sapone, una fascia colorata tra i capelli, Anjuna ci regala con i suoi scatti la pienezza dei sorrisi che si stagliano contro la povertà, come la luce e la sua ombra gemella, il sorriso su tutto, nonostante tutto, le guerre, le dominazioni ottuse che hanno devastato terre meravigliose pur non riuscendo (fortunatamente) ad ammutolire la spiritualità degli esseri umani. Ritratti seppia, bianco e nero, colori caldi e freddi ci accompagnano lungo un percorso che ammalia e ferma il tempo. Fermatevi anche voi a pensare, a guardare, a ricordare che l’abbondanza spesso distoglie dalla vera bellezza.
Scatti di Francesca Orlando (alias Francesca Anjuna Terzani).
Vortici e prospettive distorte, diagonali, immagini trasversali decontestualizzate e scaraventate in un vuoto ossessionato da colori decisi, poco inclini a sfumature. Confusione di linee e forme.
Vortici e prospettive distorte, diagonali, immagini trasversali decontestualizzate e scaraventate in un vuoto ossessionato da colori decisi, poco inclini a sfumature. Confusione di linee e forme.
I racconti visivi di Enrico Corti, autodidatta fiorentino, non nascondo la denuncia e i dissapori che mai come ora regnano in molti giovani artisti appartenenti alla generazione di chi non accetta cieca obbedienza e sottomissione ad un sistema ipocrita, bugiardo e spesso incomprensibile. Cantore di patimenti amorosi, senso di abbandono e perdita di coordinate spazio-temporali, questo giovane artista si esprime fortemente con le “maschere” della società (v.i.t.r.i.o.l.) dove ognuno gioca il suo ruolo, con “Odiosi Addii” il senso di separazione non è solo fisico ma visivo, prospettive contrastanti rendono ancor più tangibile la lontananza, la stessa che appare in “Salice piangente (a Tokyo)” in cui il salice sembra definire due paesaggi, l’uomo e la donna, destinati a raccontarsi l’amore da universi paralleli: un cuore al centro del petto ancorato con le sue radici al corpo, e un cuore che si staglia nel tramonto che fa da scenario. Dolore quindi ma anche amore, romanticismo e speranza nelle opere che diventano anche oggetti originali come per “Hand Idea Lamp”. Tra colori, luci ed ombre Enrico ci comunica una grande sensibilità, tanti si riconosceranno nel suo spassionato racconto fatto di olio e acrilico, tessuti e fil di ferro, inserti in stoffa e legno, ogni materia ha qui il suo bel dire nella frammentazione della vita.
Alessandra Piano (“Alepaz”)
Alle zeppe preferisco la zappa
Avete presente quando si è quasi a Pasqua e ogni cosa su cui posiamo gli occhi sembra avere la forma di un uovo? Avete presente tutti gli scaffali che rigurgitano uova di tutte le misure/prezzi/colori? Ecco, oggi, mentre mi aggiravo nel girone infernale che Dante ha dimenticato di descrivere nella Divina Commedia, ho pensato a quel tipo di invasione.
Facciamo un passo indietro. Il mio weekend era iniziato in maniera idilliaca. Uno: finisce la settimana di lavoro, siccome il mio lavoro non mi garba per nulla, io bramo avidamente il venerdì. Due: venerdì sera in piena stasi del corpo, divento tutt’uno col divano come pane e nutella, il gatto sulla pancia che diventa un tutt’uno con me come un panino multistrato. Tre: sabato mattina gran dormita, pranzo, giardino, sole, due passi in centro e si arriva al sabato sera. Daniela passa a prendermi e con gli amici si va a salutare quel postaccio che ha disegnato un omino “incazzuso” sulle pareti esterne, il postaccio dove c’è una musica che non senti altrove (in molti altri locali io distribuirei i tappini), il postaccio dove una certa Alessandra mi tenta con un J. Belly con cioccolato fondente annesso (“Vuoi il cioccolato?” No, dico, Alessà io nella cioccolata ci annegherei!!”), in questo postaccio poi ci ritrovo gli amici, quelle facce sorridenti e rilassate che mi fanno dimenticare l’ora e il colore del cielo. Caro postaccio Post bar mi piaci, mi piaci proprio tanto, e mi piace poggiare la schiena contro il tuo muro mentre faccio opera di taglio e cucito sui passanti.
Fin qui tutto perfetto. Arriviamo a domenica pomeriggio e al girone infernale: io e Daniela, da me ribattezzata Ally andiamo in un centro commerciale che non menzionerò nemmeno sotto camuffate spoglie. E ritorno al discorso delle uova di Pasqua senza dilungarmi troppo per non tediarvi: la zeppa. Sicuro stanotte faccio un incubo di quelli che solo la mia mente malata può partorire. Ogni scaffale ha una zeppa da offrirmi: strutture architettoniche a dir poco strabilianti, accoppiamenti che farebbero impallidire il costume del pagliaccio più fantasioso. Donne dal metro e sessanta in giù io vi prego non comprate le zeppe. Ma immaginate uscire e guardare tutti sentendosi delle stangone pazzesche e poi tornare a casa, arrivare davanti allo specchio(se non peggio, davanti alla conquista della serata) e scendere giù, ma così giù che il mondo sembra cambiare intorno a noi? Un po’ come chi si ostina (io) a comprare un super push-up per poi tornare a casa la sera con dei solchi sul torace e segni rossi a testimonianza di un’impalcatura che non c’è. Poi, la zeppa, ma che fine hanno fatto i tacchi, e con loro il coraggio delle donne che si infliggono questa sofferenza diventando gazzelle dalle lunghe gambe. Zeppa. Onomatopeicamente mi disturba il solo nome, mi fa pensare alla pesantezza della zappa dopo averla usata lungo l’intero campo. Perdonatemi, io non sono alla moda, ora che tutti ci ingozzano con le zappe, oh, scusate, zeppe, io mi ritiro nel mio campo a piantare meraviglie, il prossimo inverno, la zeppa sarà l’ennesimo cimelio nel buio angolo dell’armadio mentre la zappa, quella, la devo usare tutto l’anno per il mio campo!
P.S.: Alle donne piccine io direi che sono dei piccoli capolavori e che non sempre essere alte è sinonimo di bellezza… il sangue si sa, fa fatica ad arrivare troppo in alto!
Colonna sonora dello scritto: “Do You Love Me?” Nick Cave & The Bad Seeds
Domenica 25 marzo. Un altro weekend si è consumato troppo in fretta. Complici una serie di eventi, vuoi la primavera, l’ora legale, la temperatura molto più piacevole, il fine settimana appena trascorso merita uno sguardo approfondito. Venerdì trascorre innocuo, tra le mura di casa, le pareti colorate, la musica, il via-vai di amici da caffè, chiacchiera, annunci e stress da post settimana di lavoro. Sabato partono le catene di sant’Antonio alias A chiama B, B chiama C, il quale a sua volte avverte la coppia D-D e così via, ci si da appuntamento al Caffè delle Merci. E’ buona abitudine infatti, essere legati a un luogo d’incontro, crocevia dal quale poi ognuno sceglierà come proseguire il viaggio nella notte del sabato sera. Luce calda, pareti colorate, quadri, un frigo azzurro poggiato in un angolo e mentre ci si dirige verso l’affollato bancone tra piccoli tavolini, a sinistra, in una nicchia che si può vedere dall’esterno per via della vetrata, campeggia la colonna sonora: Maurizio Di Fazio regge le redini del gioco, ci racconta la sua musica. Non mi dilungherò con titoli e descrizioni tecniche, preferisco arrivare al punto, l’effetto, la risultante. Mi guardo intorno e vedo sorrisi, persone che canticchiano, assecondano con il piede il ritmo e con gli occhi allegri un pezzo che ha fatto storia e che non tramonterà mai. Maurizio inizia in sordina, in un crescendo di intensità, forma e sostanza. Io lo distraggo per scambiare due chiacchiere ma mi sembra un sacrilegio interrompere la concentrazione di chi fa il suo lavoro (uno dei tanti che in realtà svolge) con impegno e apprensione. Torno al tavolo ad ascoltare la paziente Sara Baldelli che ci racconta il vino che abbiamo sul tavolo. Dopo un vino pugliese il gruppo ne propone uno del nord e, al mio preferire il sud a tutti i costi, vengo definita “leghista del sud” quindi, non posso far altro che cedere al vino del nord (secondo me, il Salice era migliore!). Le ore volano, gruppi entrano ed escono, c’è ricambio continuo, si sta un po’ dentro e un po’ fuori, magari per fumare una sigaretta e assaporare l’inizio della bella stagione che non ci costringe tutti accalcati dentro i locali. Sembrano tutti felici, le ragazze che servono sorridenti, educate, il volume è perfetto, si può parlare senza dover diventare soprani e tenori. Sedie sui tavoli, è giunta l’ora, il crocevia impone la sua scelta, chi va a casa, chi a Pescara vecchia, altri scelgono locali in cui andare a ballare. Cerco di convincere Maurizio a seguirci, ma è sazio della sua musica, dei volti sui cui deve aver scorto approvazione, quindi preferisce andare a casa. Io ho compiuto una scelta diversa e, insieme alla mia tribù vado in un locale molto conosciuto. M a questa è un’altra storia, ve la racconterò, se ne avrete voglia, in un altro delirio. Solo un piccolo accenno: il volume ti scoppia nel petto, sigarette, piedi calpestati e cocktail rovesciati, c’è chi fa fatica ad acciuffare con la bocca la cannuccia per bere (sarà il buio??), si può scegliere di cambiar musica semplicemente facendo pochi passi, un corridoio divide tre ambienti, ognuno con il suo dj. Quanto parlo… una parola è poca due sono troppe! Al prossimo weekend, solo se sarà speciale…
Salgono in alto palloncini colorati, uccelli colti in volo disegnano il cielo azzurro come tanti pois. Gli scatti di Lucia Donatelli corrono in orizzontale ed in verticale, guardano a terra e attraversano gli spazi circostanti. Piedi che pedalano, sfidano lo sfaldarsi della realtà di foglie secche d’autunno, piedi che si arrendono in mezzo ad un prato, offesi dal logorio del tempo che ogni cosa graffia. E’ un insieme di colori che si srotolano tra giochi infantili di sedie volanti e finestrini grigi di un treno che viaggia. Non importa quale fosse la direzione, alcuni sguardi sanno interpretare così bene da render meta ogni punto immortalato: il movimento dentro la stasi della fotografia, può accadere. Guardate con gli occhi di Lucia, la “petite italienne” che vuole intrappolare gli istanti, è come leggere un diario di impressioni immerse nel mare del reale e del sogno. La semplicità è la cosa più difficile da interpretare ma, a mio parere, è sempre vera, non richiede inutile artificio.
Lucia Donatelli nasce nel 1984 alle 16 30 di un giovedi caldissimo, il resto della sua storia lo trovate nei meravigliosi scatti che improvvisano la vita.
Lucia Donatelli nasce nel 1984 alle 16 30 di un giovedi caldissimo, il resto della sua storia lo trovate nei meravigliosi scatti che improvvisano la vita.
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